La Sibilla

Acqua Nerea / Arte Cultura Storia  / La Sibilla
La Sibilla

La Sibilla

CHI ERA LA SIBILLA?
La Sibilla è un figura comune a diverse civiltà: greco-ionica, greco-italica, orientale. Nella mitologia greco – romana è una profetessa, in genere rappresentata come una giovane donna, ma talvolta anche come avanti negli anni, che parla ispirata da un dio. Nel catalogo di Varrone , studioso e storico romano del I sec. a. C., vengono indicate ben 10 Sibille: la persiana, la libica, la delfica, la cimmeria, l’eritrea, la samia, la cumana, l’ ellespontica, la frigia e la tiburtina. La più famosa tra le Sibille è stata certamente quella cumana.

Fu lei, infatti, a guidare Enea nell’Ade, come racconta Virgilio nel VI libro dell’Eneide; a lei furono attribuiti i nove libri “sibillini”, una raccolta di responsi oracolari scritti in lingua greca e conservati nel tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio a Roma. Fu lei, secondo una tradizione, a trasferirsi , verso il 500 a.C., dalla grotta di Cuma a quella del monte che proprio da lei prese il nome di Sibilla. Altri autori invece raccontano che fu esiliata sull’Appennino umbro – marchigiano all’avvento del Cristianesimo, perché invidiosa della maternità di Maria vergine.

La Sibilla appenninica (forse ex Sibilla cumana) dispensava le sue profezie nella caverna di una montagna altissima (m. 2177), il monte Sibilla, cinta da una curiosa corona di roccia: un luogo circondato da un alone di mistero, sul quale gli abitanti dalla zona si sono interrogati per secoli, tramandando delle leggende popolari in cui il sacro si è mescolato al profano, la realtà si è unita alla fantasia. La vicenda della Sibilla appenninica è legata a due interpretazioni mitiche molto diverse, ognuna delle quali racchiude una sua “verità”. La prima trova fondamento nel culto pagano della Madre Terra, la frigia Cibele (o la romana Demetra), che soprintendeva alla fertilità della terra ed era la dea delle montagne e della natura incontaminata. La Sibilla, secondo questo mito, si identificava anche con Kòre – Persefone (Proserpina, per i romani), la vergine figlia della dea Demetra, rapita da Plutone e sua sposa per quattro mesi all’anno sotto terra, nel regno degli Inferi. Per gli altri otto mesi invece la fanciulla, unita al dio solare Dioniso, era dispensiera di fecondità e di fertilità per la terra. La profetessa, dunque, onorata dentro la grotta del monte, posseduta da Dioniso, pronunciava i suoi oracoli per le più antiche comunità appenniniche, che la evocavano, riconoscendo la sua autorità e la sua saggezza.

Nel corso dei secoli, durante il Medioevo, la Sibilla ha continuato a vivere nella memoria della società appenninica, che metteva in atto le sue indicazioni per dominare gli elementi atmosferici o per prevederli, per ottenere la fertilità della terra e promuovere o limitare quella delle persone, per coordinare, insomma, le varie attività comunitarie. A questa tradizione, dalle connotazioni quasi sacrali, se ne oppone un’altra che mostra, invece, una Sibilla maliarda, seduttrice, pericolosa. A questa sono legati due nuclei di leggende databili entrambi alla prima metà del XV secolo, quella del ‘cavaliere tedesco’ e quella di ‘Guerrino il Meschino’.

La grotta della Sibilla tra storia e leggenda
La grotta della Sibilla ha suscitato nel tempo molte curiosità proprio a causa delle leggende che vi aleggiavano intorno ed autori italiani e stranieri hanno scalato la montagna, l’hanno cercata spinti dal desiderio di svelarne il mistero e andare oltre le leggende.

Antoine De La Sale, un cavaliere provenzale, proprio nel mezzo di una guerra tra Norcia e Camerino, passò per la Valnerina, seguendo il proposito di cercare la grotta della Sibilla. Egli racconta di essere salito sul monte nel maggio del1420 guidato da un dottore di Montemonaco e di aver trovato una grotta con l’entrata ostruita da un masso che ne impediva parte dell’accesso. Per entrare occorreva proseguire carponi e così fece, ma si fermò in un atrio quadrato scavato nella roccia. Da qui partiva uno strettissimo tunnel nel quale non ebbe però il coraggio di entrare.

Nel giugno del 1897 ebbe luogo la prima escursione scientifica dei tempi moderni a cui partecipò il filologo Pio Rajna incuriosito dal racconto di un pastore e di un certo Zeffirino che dicevano di essersi inoltrati nella grotta per due o trecento metri. Tentò l’impresa per tre volte , ma deluso constatò che l’ingresso dell’antro era irrimediabilmente ostruito da un enorme masso e da cumuli di pietrisco franato a causa del tempo e anche dalla violenza dei terremoti, frequenti sui Sibillini.

Seguirono altre spedizioni dal 1922 al 1953 di appassionati del mito della Sibilla: Falzetti, Desonay, Consalvatico, Annibaldi. Qualche risultato ottennero. Ritrovarono la bocca del cunicolo da cui proveniva una leggera corrente d’aria, una pietra a forma di architrave orizzontalmente appoggiata con le estremità su due altre pietre poste in posizione verticale, alcune tracce di lettere incise nella roccia e un pezzo di moneta francese del sec. XVI. Niente di più….. Attualmente chi sale sulla cima della Sibilla trova solo un cumulo di pietrisco e sassi!